|
|
Geniere: Il cacciatorpediniere che affondò due volte
Mar Ionio, a un miglio dalla costa calabra La prima avvenne il primo marzo 1943. La nave si trovava nel bacino di carenaggio del porto di Palermo quando fu colpita dalle bombe lanciate da aerei incursori nemici. Recuperata dopo l'armistizio, nell'aprile del 1944 venne messa in grado di navigare e trainata verso Taranto, dove non arrivò mai, perché colò a picco all'altezza di Capo Spulico. Si trova a 37 metri di profondità.  | La grossa stella in rilievo montata sul dritto di prua del cacciatorpediniere Geniere | Tra l'inizio e la fine degli anni Trenta, l'entrata in servizio delle "unità sottili", cioè le torpediniere e i cacciatorpediniere appartenenti, in particolare, alle classi Freccia, Oriani e Maestrale, da cui derivò la classe Soldati, contribuì allo sviluppo concettuale del cacciatorpediniere moderno, di cui il Geniere era un esempio. Il Geniere era una unità da battaglia di ben milleseicentoventi tonnellate di stazza, che diede il suo contributo alla Regia Marina alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Durante il conflitto, le unità sottili nate per la caccia antisommergibile alternavano la loro azione fra la protezione delle corazzate, e di altre unità maggiori, e la scorta dei convogli, specialmente sulle rotte del Nord Africa, di vitale importanza per l'approvvigionamento di munizioni e viveri alle truppe dell'Asse. Tra le tante missioni del Geniere, va sicuramente menzionata quella del 22 marzo 1942, quando tentò di aggregarsi al grosso della formazione italiana per impegnarsi nello scontro della nota Battaglia della Sirte. Non riuscendo a prendere contatto con il convoglio Littorio a causa di una forte tempesta da Sud-Est in aumento, nel tardo pomeriggio iniziò la difficilissima navigazione di rientro verso Taranto. La burrasca fu violentissima, tanto che i cacciatorpediniere Lanciere e Scirocco, anch'essi per mare, andarono perduti.
 | Il cacciatorpediniere Geniere | Il Geniere accorse per dare assistenza allo Scirocco, alla deriva a causa di un'avaria alle macchine, ma non riuscì a fare niente per salvarlo. La nave senza governo, infatti, venne sommersa dalle onde impetuose e colò a picco. Ci furono solo due superstiti, tratti in salvo dagli uomini del Geniere che riuscì a rientrare alla base. Ma anche il destino del Geniere era segnato. Dopo tante altre missioni, il cacciatorpediniere si trovava nel bacino di carenaggio del porto di Palermo assieme ad altre unità minori per alcuni lavori di manutenzione. Il primo marzo del 1943 ci fu un'incursione aerea nemica e alle ore 14,30 una prima ondata di cacciabombardieri angloamericani fece cadere cinque bombe nel bacino, provocando numerose falle nell'opera viva della nave, che sbandò su un fianco e dopo un'ora affondò. Il Geniere fu recuperato dopo l'armistizio e rimorchiato a Taranto nell'Aprile del 1944, ma durante la navigazione di trasferimento affondò di nuovo a poche miglia da Capo Spulico. Le circostanze del naufragio non furono mai chiarite completamente, anche se probabilmente dipesero dal lungo traino in un mare formato che riaprì le vie d'acqua. Il relitto è ora adagiato sul fondo fangoso a 37 metri di profondità, mentre le sovrastrutture arrivano sino a 29 metri. Lo scafo è integro e quasi in assetto di navigazione, con la prua maestosa puntata verso Sud: è ancora ben visibile la grande stella in rilievo montata sul tagliamare, simbolo della Regia Marina. Le lamiere sono interamente ricoperte di ostriche e altri bivalvi, e ciò è abbastanza strano in quanto una simile situazione si riscontra, di solito, in relitti ben più profondi di questo. La fiancata di dritta è semi sepolta nel fango, mentre quella di sinistra e quasi completamente ricoperta da bellissime spugne gialle (Aplysina aerophoba). Inutile dire che qui le cernie vi abitano stabilmente. Le più diffuse sono le cernie brune (Epinephelus marginatus) e le cernie dorate (Epinephelus alexandrinus), queste ultime comuni solo nei bacini meridionali del Mediterraneo. Ma anche i grossi pelagici, come le ricciole, non mancano mai. Lo specchio di poppa è avvolto quasi interamente da una rete a strascico persa da un peschereccio evidentemente fuori rotta. A poppa estrema spicca una struttura metallica, forse una delle rampe di lancio delle b.t.g. (le bombe di profondità), che servivano per la caccia ai sommergibili. Il fumaiolo è divelto e adesso si trova sulla sabbia, appoggiato sul lato sinistro della nave, mentre le torrette e i cannoni sono del tutto assenti: probabilmente furono smantellati nel porto di Palermo prima del traino verso Taranto.
 | Il Geniere affondato nel porto di Palermo | La plancia, squadrata, è stata un elemento decisivo per determinare la classe di appartenenza e, quindi, l'esatta identificazione dell'unità. Al suo interno è ben visibile la scaletta che porta dalla plancia di comando alla sala nautica, mentre da un'altra apertura si distingue quella che dovrebbe essere la sala del quadrato ufficiali. Sul ponte e sul castello di prua, nonostante le incrostazioni e lo stato avanzato di deterioramento, si identificano facilmente le rotaie circolari dove erano alloggiate le torrette dei cannoni. Tra una foto e l'altra, mi fermo a pensare per un attimo all'affannoso via vai dei marinai sul ponte durante i vari scontri a fuoco con il nemico, e quasi mi sembra di vederli, quegli uomini, sui ponti immobili, resi evanescenti e spettrali dall'acqua torbida, che fa un curioso effetto nebbia. E' il mio compagno di immersione a riportarmi bruscamente alla realtà, segnalandomi di essere quasi in riserva. E' arrivato il momento della risalita e mi rendo conto che di foto ne ho scattate ben poche a causa della scarsa visibilità. L'immersione, però, nel complesso è stata tecnicamente perfetta e sicuramente ad alto impatto emotivo. Ogni relitto merita un grande rispetto: per la sua storia, per quello che ha rappresentato nella sua epoca e, soprattutto, per gli uomini che spesso vi persero la vita. Sicuramente, però, quello di una nave da battaglia ne merita ancora di più, perché le persone che vi salirono erano perfettamente coscienti di poter anche andare incontro all'estremo sacrificio per l'onore della Patria. Il Geniere, insomma, per un relittaro irriducibile come il sottoscritto è un'avventura indimenticabile.
Paolo Palladino
Con chi andare In questo tratto di mare, nella costa jonica calabrese, operano da tempo due diving center: Mako Diving Center (tel. 0983.569079, fabiofedericoguitart@libero.it), situato a Rossano, in provincia di Cosenza, è operativo tutto l'anno. Il punto mare si trova a Rossano Scalo, dove dispone di spogliatoi, docce, un'aula per i corsi che qualificano i sub a tutti i livelli, della didattica Acuc. Dispone, inoltre, di un parco attrezzature per il noleggio e di quattro gommoni veloci per poter raggiungere i punti d'immersione in breve tempo. Sono completamente attrezzati per l'attività subacquea.
Ogigia Diving Center (tel. 0981915166, www.ogigia.it) si trova a Amendolara, in provincia di Cosenza. Dispone di tutto il materiale didattico e di tutte le attrezzature per lo svolgimento dei corsi a tutti i livelli Esa, Nase e Padi. Inoltre, dispone di equipaggiamenti completi da noleggiare e di un vasto assortimento di bombole. Organizza anche mini crociere a bordo di Witing, un'imbarcazione di 18 metri in legno, di costruzione Norvegese.

|
Testo e Foto di Paolo Palladino Tratto dalla Rivista di Giugno 2006 (n.249)
Pubblicato il: 24 Luglio 2006 Letto 992 volte
|
|
|